GREEN DAY + NEW FOUND GLORY

Milano@Filaforum di Assago (16/01/2005)

Cosa serve ad un gruppo per trasformare il proprio concerto nell´evento dell´anno? Prima cosa un bel po´ di storia alle spalle; i Green Day ce l´hanno. Uno stuolo di fedelissimi fan la cui passione sfiora l´idolatria; per i Green Day questo ed altro. La recente uscita di un ottimo prodotto discografico; “American Idiot” lo è certamente. La latitanza da diversi anni dai palchi di un determinato paese; erano 5 anni che aspettavamo Mr. Armstrong e soci. Delle indiscusse capacità di costellare la propria performance dal vivo di spettacolarità, emozioni, energia, divertimento, bravura; loro non sbagliano niente. Una credibilità artistica che dopo il successo planetario molti gruppi perdono; i Green Day sono forse l´unica band nel mainstream che si può dire possieda ancora un´attitudine. Allora non ci sono più dubbi. L´evento dell´anno è proprio il passaggio in Italia di Billie Joe, Mike Dirnt e Trè Cool. In 15000 (la data è sold out da un mese), provenienti da ogni parte d´Italia, si sono dati appuntamento al Filaforum di Assago (Milano) per rendere omaggio ai re del punk rock più votato alla melodia e al pop. Sono ormai più di dieci anni che il trio di Rodeo CA ridisegnò i confini di questo genere con l´epocale “Dookie” ma sembra che niente sia cambiato. Forse non sarà neanche vero ma se c´è un gruppo che davvero non dà l´immagine della band che tira avanti solo per i soldi questi sono i Green Day ma ciò che è comunque innegabile è che la loro passione per ciò che fanno non si è per niente addormentata. Vederli dal vivo diventa quindi un´occasione irrinunciabile e tre generazioni di punk rockers si sono ritrovate in un freddo 16 gennaio. Dopo una coda chilometrica ma tutto sommato svelta entriamo nel palazzetto dopo essere stati costretti a posare gli zaini.

Io faccio il mio ingresso verso le 19.40 convinto di essere arrivato in largo anticipo. Con mia grande sorpresa però dopo appena dieci minuti le luci si spengono e i New Found Glory già sono pronti. Avanzo un po´ e mi accorgo della presenza di una transenna che delimita la zona dei pogatori “in front of the stage”. Un ostacolo soltanto fastidioso e totalmente inutile perché vista l´assenza della security tutti scavalcano. Scavalco anch´io e vado a tre o quattro metri dal palco. I floridensi attaccano ma propongono una scaletta identica a quella dell´Independent Days Festival, giusto un pò ridotta per il minor tempo a disposizione. Iniziano di nuovo con “Truth Of My Youth” e proseguono (anche se l´ordine non sarà esatto) con “Understatement”, “Failures Not Fluttering”, “Something I Call Personality”, “This Disaster”, “Hit Or Miss”, “Better Off Dead”, “Head On Collision”, “My Friends Over You”, “Intro”, “All Downhill From Here”. Si sbattono come al solito come dei dannati ma al contrario dell´indy non mi convincono per niente. Sarà per il contesto forse non proprio adatto a loro e volendo anche per i problemi tecnici (che comunque s´erano verificati anche a Bologna non compromettendo però una performance che sarebbe stata stellare), mi sono sembrati spaesati e l´esecuzione dei brani ha lasciato me ed anche parecchi presenti un po´ freddini. La risposta del pubblico preso dall´euforia è comunque discreta ma la performance lascia molto a desiderare, soprattutto la prova vocale di Jordan. A settembre furono immensi, questa volta mediocri, ma comunque sono convinto che più che per loro demeriti la ragione del calo risieda nel fatto che come spalla ai Green Day non ce li vedo proprio. Su “Something I Call Personalità” chiedono un circle pit e vengo assalito dalla tristezza nel vedere che a sapere cosa sia e come si fa un circle pit (la cosa più divertente al mondo) saremmo stati sì e no 5 o 6. Il solito mucchione di pogo scoordinato è ormai il biglietto da visita degli italiani.

I New Found Glory lasciano il palco ed inizia l´attesa per i Green Day. Tutti fremono. Dopo una mezz´oretta entra un simpaticissimo coniglione rosa coinvolgendo i presenti in uno scatenato balletto di YMCA per poi prendere una birra e scolarsela tutta in un sorso. Subito dopo gli amplificatori pompano “Blitzkrieg Bop”, il coniglione fa il portavoce e il filaforum risuona di un solo grande coro, ovviamente -Hey, ho, let´s go-. Finita la canzone le luci si spengono di botto.

E´ ora, entrano i Green Day. Boato e tempo 20 secondi inizia “American Idiot”. Scoppia il pandemonio. Precisissimi, impeccabili, scatenano un sing along totale e un pit incandescente. All´inizio della scaletta vengono inseriti quasi esclusivamente i pezzi dell´ultimo album e lo show va avanti con un´inaspettata ma perfetta “Jesus Of Suburbia” (9 minuti di fila senza neanche un errore), “Holiday” (una bomba dal vivo con i suoi massicci corettoni), il binomio “Are We The Waiting?”-“Saint Jimmy” che vede contrapposte la calma della prima alla schizofrenia della seconda. “Wake Me Up When September Ends”, accompagnata dallo splendido effetto ottico di accendini e cellulari, verrà suonata verso la fine e dedicata a Johnny Ramone. “Boulevard Of Broken Dreams” verrà proposta addirittura nel bis. Le scenografie spettacolari e in continua trasformazione sono il contorno ideale alle peripezie dei Green Day. E´ un piacere vedere Billie Joe, ormai trentenne e padre di famiglia, avere lo spirito di un ragazzino, scherzoso, giocoso, rompipalle, un po´ demenziale; un intrattenitore nato, che per tutta la durata dello show incita il pubblico a cantare in coro, spruzza la gente con un super liquidator (tirando anche su un ragazzo a dargli una mano), improvvisa quasi delle recite (tipo nel tripudio di gioia di “King For A Day” dove assume i panni di un re e divide il palco con trombettisti e personaggi assurdi, vestiti da insetti o in stile gangster anni trenta). Sfotte, si comporta da scemo, insomma è un leader e non stanca mai. Le performance delle canzoni sono tali da renderle completamente imprevedibili, coinvolgono tutti e dimostrano al meglio le loro capacità di tenere il palco come pochi altri al mondo. Trombettisti ancora presenti nell´immancabile “Knowledge”, cover degli Operation Ivy inclusa nel loro primo album “1039/Smoothed Out Slappy Hours” (io comunque avrei dato più spazio alle canzoni di questo disco e di Kerplunk), danzereccia nel suo ritmo in levare. A metà canzone Billie chiama su qualche ragazzo a sostituire la band agli strumenti; un massa abnorme viene schiacciata sotto al palco ed alla fine salirà un batterista che verrà cacciato per evidente incompetenza, un bassista che Billie inviterà a fare stage diving e un chitarrista che vedrà regalarsi la chitarra di Billie Joe. Fortunato lui. Ci sarà spazio anche per due cover, quella di “We Are The Champions” con tanto di pioggia di coriandoli e addirittura di “Shout” di Otis Day & The Knights (ricordate Candid Camera). Ovviamente tutti i super classici vengono suonati e fanno andare letteralmente tutti fuori di testa, da “Basket Case” a “When I Come Around” e “Longview”, da “Hitchin A Ride” (con relativo degenero tra il pubblico durante l´interlude) a “Brain Stew-Jaded” (ancora un macello), da “She” a “Minority” saltando soltanto “Welcome To Paradise” e chiudendo come al solito con “Time Of Your Life” (Billie Joe in solitaria davanti ad una splendida ultima scenografia stellata). Sarà vero che parlando dei Green Day la mia obbiettività va a farsi letteralmente benedire essendo loro il gruppo che da sempre occupa la fetta più larga del mio cuore, ma a dimostrazione che “come loro non ce n´è” sta il fatto di aver suonato senza passi falsi per quasi due ore filate (ebbene sì) mantenendo sempre ad altissimo livello la qualità esecutiva, la presenza scenica, la tenuta del palco e la simpatia nell´intrattenere i ragazzi. Billie padroneggia ma Mike e Trè certo non faticano a stargli dietro, rivelando chiaramente la magia che scorre nel sangue del trio californiano, ancora sulla cresta dell´onda e in una posizione sempre di primissimo piano dopo ben 15 anni. In questo 16 gennaio hanno regalato un grande sogno a tanti ragazzi che con la loro musica sono cresciuti, che da loro hanno imparato e che magari, come me, hanno attraversato tutta Italia per vederli. Negli occhi dei presenti si leggeva un´emozione fortissima nel cantare le canzoni che per molti sono state gli inni della propria vita; e solo un gruppo sincero, appassionato come i Green Day può riuscire a dare una colonna sonora alle storie di milioni di ragazzi e ragazze sparsi per il mondo. Inutile continuare a parlare. Bentornato Billie. Bentornato Mike. Bentornato Trè. Bentornati…e grazie…

Alle (!) 10.45 (mai concerto in Italia finì prima) le luci si riaccendono. Si ritorna a casa. Ma credo che tutti conserveranno nel cuore e nella memoria questa ordinaria e fredda serata milanese che i Green Day hanno reso indimenticabile…